L’attentato a Bernardo Leighton – Intervista a Vito Ruggiero

Intervista a – Vito Ruggiero
Scritta da Alfredo Sprovieri, video realizzato da Marco Mastrandrea

Vito Ruggiero è dottore di ricerca in storia dell’America Latina all’Università Roma Tre. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e saggi giornalistici sul ruolo della violenza politica nelle dittature sudamericane e collabora anche con Jacobin. 

 

Chi era Bernardo Leighton? 

 

Bernardo Leighton era un esponente di spicco della democrazia cristiana cilena, faceva parte di quell’ala progressista del partito. Il suo nome si ricorda sia per la partecipazione anche ai governi democristiani cileni, in particolare negli anni ’60, ma anche per essere stato uno dei pochi democristiani che prese pubblicamente posizione contro il colpo di stato cileno del 1973. Nell’autunno del 1973, quindi dopo il colpo di stato, Leighton viene invitato in Italia da Gilberto Bonalumi, un esponente della democrazia cristiana italiana, per portare la sua testimonianza riguardo i recenti avvenimenti cileni. Tenne diverse conferenze in cui descriveva la situazione che in quel momento vigeva in Cile, una situazione di assoluta violazione dei diritti umani.  Quest’attività portata avanti da Leighton disturbava ovviamente Pinochet e il governo cileno, motivo per il quale nei primi mesi del ’74 a Bernardo Leighton venne fatto divieto di rientro in patria, quindi divenne esule forzato in Italia. 

 

Cosa accadde a Leighton durante il suo esilio a Roma?

 

Il 6 ottobre del 1975 Bernardo Leighton fu vittima di un attentato vicino la sua abitazione in via Aurelia, un attentato perpetrato da neofascisti italiani ma organizzato dalla Dina, ossia la Dirección de Inteligencia Nacional, nonché la polizia cilena. L’attentato fu preceduto da una fase di osservazione, per capire le abitudini di Leighton e sua moglie, Anita Fresno: una volta carpite le abitudini di Leighton e di sua moglie, i due sicari li attesero fuori dalla loro abitazione, esplodendo dei colpi con una pistola di grosso calibro. I proiettili, essendo stati sparati con una pistola di grosso calibro, non rimasero dentro al corpo ma uscirono fuori. Fu l’unica ragione per cui i due coniugi sopravvissero e non morirono sul colpo.

 

Chi furono gli esecutori materiali di quell’attentato?

 

Gli autori sono militanti delle due principali organizzazioni del neofascismo italiano, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, le principali responsabili della “strategia della tensione”. In particolare, a tenere i contatti con la Dina e occuparsi dell’aspetto logistico, secondo la magistratura, fu Stefano Delle Chiaie. Mentre colui che materialmente eseguì l’attentato fu Pierluigi Concutelli. 

 

Chi erano, perché proprio loro?

 

Stefano Delle Chiaie era uno dei personaggi più noti della galassia neofascista italiana, leader indiscusso di Avanguardia Nazionale. Pierluigi Concutelli era invece membro dell’altra organizzazione, vale a dire Ordine Nuovo. Entrambe le organizzazioni, pur essendo distinte, per molto tempo hanno lavorato gomito a gomito. 

 

Come si arrivò a scoprire i colpevoli?

 

Subito dopo l’attentato, iniziarono le operazioni di depistaggio, che si articolarono su più fronti. Qualche giorno dopo l’attentato, apparve sulla “Segunda”, un giornale cileno, un comunicato di rivendicazione da parte di una fantomatica Organización Zero, un’organizzazione terrorista anticomunista che avrebbe compiuto l’attentato. Ma la cosa che più stupisce è il fatto che anche i servizi italiani, in particolare il Sid, il Servizio d’informazione della difesa, parteciparono a queste operazioni di depistaggio. Infatti, inizialmente emanarono una nota in cui imputavano la responsabilità dell’attentato al movimento di Izquierda revolucionaria, ossia un movimento guerrigliero cileno. Successivamente, invece, comunicarono alle autorità la posizione di una roulotte, a Roma, in zona Portuense, all’interno del quale vennero ritrovati dei documenti firmati dai Nuclei armati proletari, che anch’essi rivendicavano l’attentato subito da Bernardo Leighton. Qualche anno dopo, durante delle indagini, durante una perquisizione nel covo di via Sartorio, il covo più frequentato dai fascisti di Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, venne invece ritrovata una mappa che indicava il punto esatto in cui quella roulotte si trovava, motivo per il quale solo successivamente gli inquirenti hanno collegato l’attentato a Bernardo Leighton ad Avanguardia nazionale e anche questa operazione di depistaggio. Sia Delle Chiaie che Concutelli furono assolti per l’attentato a Bernardo Leighton. Solo successivamente la magistratura li riconobbe colpevoli, però essendo stati assolti già in via definitiva, secondo la legge italiana non si può essere processati due volte per lo stesso reato. Pertanto, oggi, è possibile affermare che furono loro, secondo la verità storica e giudiziaria, a commettere l’attentato, però non è stato possibile condannarli. 

 

Come evolvono le relazioni dei fascisti italiani con i servizi segreti sudamericani?

 

Nel 1975, nel novembre, muore Francisco Franco, un episodio che mette fine al regime spagnolo. I neofascisti italiani rimangono in Spagna durante quello che è stato definito il tardo franchismo, vale a dire dal 1975 al 1977, prendendo anche parte, partecipando, a vario titolo, ad alcuni atti di terrorismo molto cruenti che si sono verificati durante questi anni. A partire dal 1977, i neofascisti si trasferirono in Cile, forti delle relazioni delle relazioni istauratesi per l’attentato a Bernardo Leighton. Per la dittatura cilena non svolsero delle azioni strettamente collegate alla repressione, poiché si occupavano del monitoraggio della stampa estera che arrivava in Cile ogni giorno, quella stampa che avrebbe potuto mettere in cattiva luce il regime. Successivamente, un gruppo di neofascisti venne invece spostato a Buenos Aires, però sempre sotto la direzione della Dina, lavoravano per la stazione argentina della polizia politica cilena. I rapporti tra i neofascisti ita e il regime cileno si rescissero tra il 1977 e il 1978, quindi ebbero una durata molto breve. Questo perché dopo l’attentato a Orlando Letelier, gli Stati Uniti fecero pressione per lo scioglimento della Dina e la creazione di un nuovo servizio di intelligence. Il capo del nuovo servizio di intelligence, ossia la Cni, il generale Mena, nemico giurato di Manuel Contreras, non era a conoscenza di quelle che erano le relazioni fra la Dina e i neofascisti italiani. Pertanto, anche in virtù dell’astio che nutriva verso Contreras, iniziò a indagare sulla presenza di questi neofascisti sul territorio cileno o sui lavori da loro svolti per conto della Dina. Pertanto, i neofascisti iniziarono ad avvertire del pericolo in Cile.

 

Finito il loro ruolo in Cile cosa fecero?

 

Grazie a dei contatti creati durante la loro permanenza in Argentina sempre al servizio della Dina, nel 1978, i neofascisti vengono arruolati dal Batallón de Inteligencia 601, ossia il servizio militare argentino. Quest’unità fu impiegata per l’organizzazione del colpo di stato in Bolivia del 1980 e i neofascisti italiani furono parte del contingente mandato in Bolivia, sia per l’organizzazione per la messa in atto del colpo di Stato, sia per la gestione della dittatura stessa, poiché ricoprirono dei ruoli anche piuttosto importanti, come consiglieri del dittatore Luis García Meza Tejada e furono utilizzati anche, sia per la gestione della repressione, ma anche per la gestione del narcotraffico. Diciamo che dopo il taglio dei fondi dell’amministrazione Carter nella dittatura Argentina, il regime di Videla aveva bisogno di un nuovo ingresso monetario per finanziare le proprie campagne anticomuniste nell’emisfero, perché aspirava a riempire quel vuoto lasciato dall’amministrazione Carter. Pertanto, individuò una potenziale fonte di finanziamento nel narcotraffico boliviano, motivo per il quale, partecipò al colpo di stato, mando il proprio supporto ai militari per l’organizzazione del colpo di stato. Tuttavia, non potendo intervenire direttamente, sia nel colpo di stato boliviano sia nella gestione del narcotraffico, per paura di ripercussioni internazionali, utilizzò agenti che da un punto di vista ufficiale non erano riconducibili al regime argenti e al Batallón 601, in modo da declinare qualsiasi tipo di responsabilità nel momento in cui fossero accusati di complicità con il regime. In particolare, Stefano Delle Chiaie venne nominato consigliere di Luis García Meza Tejada e gestiva una squadra che rispondeva ai suoi ordini. Mentre a gestire il narcotraffico, secondo i documenti statunitensi, era Pierluigi Pagliai, braccio destro di Stefano Delle Chiaie, che è considerato tra l’altro, dai servizi segreti italiani, uno dei maggiori responsabili delle torture avvenute in Bolivia tra il 1980 e 1981. Nel 1981, il regime di Luis García Meza Tejada cade e i neofascisti italiani rimasero durante il periodo di transizione, che durò però poco tempo, in Bolivia. 

 

Finita l’epoca delle dittature militari, qual è stato il loro destino?

 

Alcuni ritornarono in Argentina, altri morirono sul campo durante sparatorie e conflitti a fuoco con le forze dell’ordine. Dopo il 1982, di questi neofascisti si sono persi le tracce, semplicemente perché essendo fatti recenti bisogna fare i conti con gli inevitabili problemi della declassificazione dei documenti. Inoltre, bisogna considerare che agli inizi degli anni ’80 prendono piede le transizioni democratiche che misero fine alle dittature militari e portarono poi alla creazione di stati democratici. Quindi cambiando il contesto continentale, cambiò anche il livello di protezione che queste persone potevano ricevere dai governi militari. Alcuni neofascisti tornarono quindi in patria, altri rimasero fino alla fine degli anni ’80, come nel caso di Stefano Delle Chiaie, per poi rientrare. Altri ancora presero la residenza e divennero cittadini latinoamericani a tutti gli effetti.