Higinio Roberto Calamita

Intervista a – Higinio Roberto Calamita
Scritta da Marco Mastrandrea, video realizzato da Marco Mastrandrea

Higinio Roberto Calamita è stato un detenuto politico per quasi sette anni nelle carceri argentine. Anche sua moglie è stata in carcere durante la gravidanza. Anche suo fratello Walter. Anche i suoi compagni del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori. Succede l’8 novembre del 1974, due anni prima del golpe civico-militare con a capo Jorge Rafael Videla. In un clima di crescenti tensioni, due giorni prima, su pressioni militari, il governo di Isabel Martínez de Perón decreta lo stato di assedio e la sospensione delle garanzie costituzionali. È il tempo della repressione della sinistra per mano della tripla A, l’Alianza Anticomunista Argentina, una formazione paramilitare guidata da López Rega, ministro del Benessere sociale e segretario personale di Peron, che spianò la strada al colpo di Stato del 1976 a suon di attentati, torture e assassini. 

Higinio Roberto Calamita aveva 21 anni, era uno studente universitario ed era iscritto al Partito Rivoluzionario dei Lavoratori. La sua forza nei momenti più duri sono stati i racconti partigiani che il padre, Primo Calamita, ripeteva continuamente a tavola. La storia della famiglia Calamita è una storia di partecipazione politica e di emigrazione che parte da Massa Fermana, arriva a Bahía Blanca per poi fare ritorno in Italia. 

 

Puoi raccontare la storia della tua famiglia?

Parte da Sant’Angelo in Pontano, un piccolo paese nelle Marche. Il primo ramo della mia famiglia a partire è quello degli Attanelli. Si dice che siano andati là perché il medico gli aveva detto di cambiare aria. Da poco, ho scoperto che una loro figlia era morta di rachitismo, quindi, probabilmente il viaggio per l’Argentina era dettato dalla necessità di sfamare i figli. Dopo la prima guerra mondiale, parte mio nonno da un altro paesino, Monte Giorgio, dove conosce questa ragazzina di una ventina d’anni e si sposano. Avranno 4 figli, tra cui mia madre. Al termine della seconda guerra mondiale, Primo, mio padre, parte da Massa Fermana e conosce una delle 4 figlie, si sposano e nasciamo io e mio fratello Walter. In sintesi, la storia della mia famiglia si concentra in un raggio di 15 chilometri compresi dal paese in cui vivo oggi che è quello dove è nato mio padre.

In Argentina che vita avete condotto? 

Mio padre era un piccolo imprenditore, ce la passavamo mediamente bene. A tavola ci raccontava spesso della sua infanzia, ci descriveva il suo paese e le storie dei partigiani. Ancora oggi, quando penso all’eccidio di Montalto di Cessapalombo in cui 27 partigiani persero la vita, lo sento come se fosse successo a me. Ecco, qui siamo alla post-memoria. Tutti gli anni partecipo alla marcia a Montalto e – piange – vivo quei morti come se fossero i miei desaparecidos.

Quando viene sconvolta la tua vita?

Nel ’73 ero iscritto alla facoltà di Agraria ed ero un attivista universitario che ha iniziato a contestare un professore che a mio dire non si comportava in modo corretto. In seguito, notando che le manifestazioni, i processi e i grandi sforzi non davano risultati, sono entrato nel Partido Revolucionario de los Trabajadores, un partito che aveva scelto la lotta armata di stampo Guevarista. La nostra militanza si è interrotta con lo stato di assedio proclamato dal governo l’6 novembre del 1974 su pressione dei militari. 

Cosa succede alla tua famiglia una volta proclamato lo stato di assedio?

Lo stesso giorno, vengono a prenderci tutti casa per casa. Portano via mia moglie all’ottavo mese di gravidanza; prendono mio fratello Walter; a mio padre mettono una bomba nello stabilimento. L’accusa era infondata: dicevano che stavamo preparando delle bombe ma quando l’esplosione nello stabilimento è avvenuta quando noi eravamo già nelle mani dei militari. Non potevamo essere stati noi, la bomba nello stabilimento l’hanno messa loro.

Hai potuto difenderti in un processo?

Ho trascorso quasi sette anni in prigione senza un processo. 

Quando sei uscito dal carcere, cosa hai fatto?

Sono uscito dal carcere per passare in libertà vigilata nel 1981. Nell’agosto dell’82 sono riuscito a raggiungere mia moglie e mio fratello, esiliati in Italia, e ho conosciuto mia figlia, nata durante la mia detenzione.

Dall’altra parte del mondo, in Italia, in Europa, cosa si faceva per voi detenuti?

Da una parte c’era l’ambasciata italiana che all’epoca non ha aiutato molto, molte volte mia madre si è ritrovata le porte sbattute in faccia. Dall’altra parte mio fratello appena arrivato in Italia ha provato a fare pressioni, a richiedere il rilascio e tentava di inviarmi dei messaggi. Qualunque notizia arrivava per me era una boccata di ossigeno. 

E il Tribunale Russell II? 

Racconto spesso questo aneddoto perché lo considero importante. Eravamo al Penal di Sierra Cicha, un luogo tristemente famoso, e arrivava la notizia dai miei familiari che in Europa il tribunale Russell aveva condannato il governo militare dell’Argentina per violazione di diritti umani. Oggi, si potrebbe ritenere una operazione ininfluente dinanzi alla potenza di un dittatore come Videla e invece per noi è stato un atto molto importante perché per resistere avevamo bisogno di notizie del genere. Le parole contenute nella condanna ci diedero la forza per andare avanti e per mantenerci in vita, per essere integri, lucidi e aprire gli occhi senza lasciarci dominare dalla repressione quotidiana.

Cosa racconti di questa storia alle nuove generazioni?

Quello che faccio qui in Italia è partecipare a tutte le attività per esercitare l’opera di memoria, dando testimonianza quando è possibile e quando lo richiedono soprattutto nelle scuole. Però, ricordo che a 20 anni non ero così diverso dalle mie figlie oggi: quando ero un ragazzo, mio padre mi raccontava le storie dei partigiani della sua terra e le trovavo ripetitive e a volte noiose, solo in seguito mi sono reso conto di quanto mi hanno aiutato.

Cosa desideri oggi?

Sono abituato a non desiderare niente, a pensare che dal basso devi ottenere tutto. La cosa che desidererei di più è che i giovani comincino ad aprire gli occhi per farsi loro la strada. Noi daremo consigli quando ce lo chiederanno. Nel frattempo, ci siederemo accanto e aspetteremo.