Camillo Robertini

Intervista a – Camillo Robertini

Camillo Robertini è dottore di ricerca in Studi Storici presso l’Università di Firenze e di Siena. Laureato in storia nelle Università di Venezia Ca’ Foscari e Perugia, si occupa di storia del lavoro, memoria della dittatura e storia dell’America Latina. Nel 2017 è stato borsista post-doc del Ministerio de Educación de la Argentina, e ricercatore post-doc del CONICET (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) all’Instituto «Gino Germani» dell’Università di Buenos Aires. Tra 2018 e 2019 è stato visiting professor presso l’Universidad Federal de Minas Gerais e la Universidad Autónoma de Madrid. È docente a contratto di storia del lavoro e storia orale presso l’Universidad Nacional de La Plata. Nel 2019 ha anche pubblicato per LE Monnier il libro “Quando La Fiat Parlava Argentino”, grazie a uno studio che analizza la storia della presenza della Fiat in Argentina attraverso la viva voce dei suoi operai, tecnici e dirigenti facendo ricorso a una documentazione ampiamente inedita. 

 

Qual è il ruolo della Fiat in America Latina negli anni ’70?

Fiat assieme alle grandi multinazionali occidentali e alle industrie dell’auto degli anni Settanta, tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta decide di investire in America del Sud. In Argentina rappresenta la prima impresa privata del paese e impiega più di 20mila fra lavoratori e impiegati e possiede all’incirca sei stabilimenti industriali tra Buenos Aires, Santa Fe e Cordoba, le principali città del paese. Fiat era arrivata in Argentina anche grazie ai vincoli che l’impresa italiana aveva storicamente con figure di primo piano del fascismo transatlantico potremmo dire, cioè di quelle personalità del fascino che vivevano tra Roma e Buenos Aires fra le due guerre. Nel dopoguerra Fiat arriva e proprio grazie a questo network, grazie a questa rete di personaggi vicini al fascismo, tra i quali Carlo Scorza o Gino Miniati, l’ultimo segretario del partito nazionale fascista che si era trasferito a Buenos Aires, l’altro invece un tecnico del Ministero delle corporazioni amico del figlio di Mussolini, anche egli a Buenos Aires. Grazie a questo metodo Fiat si stabilisce in Argentina e le fabbriche della Fiat, così come accadeva a Torino, diventano il centro della protesta operaia per i ritmi di lavoro assolutamente insostenibili, per la disciplina autoritaria e anche perché le condizioni di vita fuori dalla fabbrica non giustificano più determinate condizioni dentro. A quel punto, soprattutto a Cordoba, dal ‘69 in poi c’è una protesta operaia montante che arriva fino a 76, cioè la data del colpo di Stato.

 

Cosa succede in Fiat dopo il golpe militare?

Insieme alle grandi imprese del paese Fiat scatena e accompagna un processo repressivo che soprattutto nelle fabbriche di Cordoba, Buenos Aires e Santa Fe colpisce gli operai contestatari. Fondamentalmente Fiat fa quello che aveva sempre fatto in Italia durante il fascismo o anche in Italia nel dopoguerra, ovvero si affida a una rete repressiva composta da: militari infiltrati in fabbrica, da personale di sorveglianza dell’impresa a sua volta vincolato con le forze repressive fuori dalla fabbrica, e con una sinergia molto forte con le forze repressive. Attraverso la documentazione segreta dell’intelligence argentina è stata stabilita proprio la responsabilità dell’impresa nell’identificare “le cellule sovversive”, utilizzando il linguaggio dell’epoca, all’interno della fabbrica. E dunque, secondo le relazioni delle organizzazioni per i diritti umani, all’incirca 40 operai vennero fatti scomparire dalle fabbriche argentine della Fiat. Ovviamente l’impresa in questo senso accompagnò un processo repressivo il cui obiettivo era ammutolire la protesta in fabbrica e continuare col proprio proposito di accumulare profitti.

 

Quali sono gli elementi di ricerca che l’hanno più colpita nel suo lavoro?

Possiamo dire che la ricerca di cui stiamo parlando fa parte di una ricerca più lunga che ho svolto tra il 2013 e 2020. Durante questa ricerca il mio proposito era quello conoscere e di intervistare gli operai della FIAT per sapere appunto avessero vissuto gli anni ‘70 e gli anni della dittatura, e uno degli elementi che era apparso con maggior forza fin dall’inizio era questa sorta di filiazione clanica degli operai con l’impresa, cioè l’essere operaio della Fiat a Torino era uno status symbol fino alla fine degli anni sessanta e lo era ancora di più a Buenos Aires, in un paese nel quale le classi popolari e le classi lavoratrici avevano degli standard di vita inferiori a quelli occidentali. Per cui da un lato uno degli elementi che era apparso con gran forza nell’intervista era questa grande riconoscenza nei confronti degli italiani e della Fiat, percepita come un grande ascensore sociale, come la capacità e la possibilità di poter accedere al consumo di massa: a una casa di proprietà e anche a un’automobile, eccetera… dall’altro però, si scontrava con questa beneficenza, con questa bontà della fabbrica una disciplina del lavoro molto dura e delle relazioni coi capi molto molto tese.

 

Rispetto a questo conflitto c’è una storia più rappresentativa di altre? 

Un caso emblematico che racconto nel libro è quello dell’operaio Juan Carlos, operaio della catena di montaggio della Seicento, che proprio per una questione legata alla salute sul posto di lavoro – il fatto che la Fiat avesse spostato in America Latina dei processi nocivi che non si potevano fare a Mirafiori e dunque le aveva spostate Buenos Aires – per una richiesta di indennizzo contro l’impresa che riteneva colpevole di utilizzare il piombo nelle saldature delle autovetture, dopo questa richiesta di indennizzo arriva la dittatura militare e a quel punto Juan Carlos viene fatto scomparire dagli squadroni della morte. Viene torturato e Juan Carlos, come molti desaparecidos, non aveva mai raccontato la storia fuori dalle mura domestiche per cui nella contabilità dei desaparecidos egli non appare. Dopo la sparizione viene portato in tribunale a rinunciare al processo nei confronti dell’impresa e a quel punto viene anche licenziato dalla Fiat che lo ritiene un elemento non più degno di far parte dell’impresa. Però c’è un corto circuito presente nella sua memoria che è molto interessante. Juan Carlos, quando ho avuto modo intervistarlo, cioè 40 anni dopo quei fatti, continua a ritenere la Fiat come quella costruzione etica morale non responsabile di quella scomparsa. Perché la Fiat era progresso, era la possibilità di migliorare la propria vita ed era lealtà nei confronti dei lavoratori. Per cui la storia di questo operaio rappresenta uno dei tanti corti circuito nella memoria degli operai che ho potuto intervistare: cioè da un lato il riconoscimento dell’impresa come un fatto di per sé positivo, dall’altro invece le violenze della dittatura come qualcosa di esterno rispetto all’impresa. Poi appunto come abbiamo avuto modo di constatare nelle ricerche che sono state svolte sappiamo che tutti grandi gruppi internazionali svolsero un ruolo attivissimo nel processo regressivo contro i propri lavoratori. Eppure, 40 anni dopo, nella memoria di molti la fabbrica continua a essere questa sorta di paradiso perduto in un Argentina deindustrializzata e sicuramente pauperizzata, continua a essere un orizzonte di speranza in un paese che sembra essersi avviato, come vari paesi dell’America Latina, a un presente invece non industriale.